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La storia della Sardegna

Occupata dai Fenici a partire dal IX sec. a.C. la Sardegna passò, intorno al 500 a.C., sotto il dominio di Cartagine, che la difese con successo.

Poco dopo la prima guerra punica, nel 238 a.C., la Sardegna fu ceduta ai Romani, i quali, chiamati in un primo tempo in aiuto dagli indigeni ribelli a Cartagine, si trovarono poi a dover combattere a loro volta a lungo contro gli abitanti stessi che, sobillati dai Cartaginesi, erano insorti contro di loro.

Durante l'Impero Romano, la Sardegna raggiunse una certa prosperità. Nel 456 l'isola fu tolta all'Impero romano dai Vandali che la tennero fino al 534 allorché venne conquistata dai Bizantini, ai quali rimase fino a epoca tarda.

Contro il territorio sardo si abbatté la calamità, sempre più frequente, delle incursioni saracene. Così si andarono creando nell'isola governi locali che furono retti da capi indigeni intitolatisi giudici che diedero vita ai 4 giudicati di Arborea, Torres, Gallura, e Cagliari.

Dopo un periodo di indipendenza dei Giudicati, si alternarono l'egemonia pisana, quella genovese e quella diretta della Chiesa fino a che, nel 1241, Federico II attribuì il titolo di re di Sardegna al proprio figlio naturale Enzo.

L'insediamento aragonese in Sardegna cominciò nel 1295 con l'investitura da parte di Bonifacio VIII a Giacomo II d'Aragona.

Passata all'Austria con la guerra di Successione spagnola (1713), dopo un ulteriore tentativo di riconquista da parte della Spagna (1717), venne restituita all'Austria e da questa ceduta con l'annesso titolo regio a Vittorio Amedeo II di Savoia nel 1720. Ebbe così inizio il regno di Sardegna, il primo nucleo politico del futuro regno d'Italia. Con l'unificazione italiana venne resa obbligatoria la lingua italiana.

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